Newsletter Aprile 2019: Editoriale

World Cafè

 

Il “caffè” è storicamente un luogo in cui si parla, si discute, ci si confronta. Uno spazio dove la comunicazione è informale, immediata e aperta. Il World Cafè è una metodologia che nasce proprio da questi presupposti: creare un ambiente di confronto non convenzionale, che stimoli la libera discussione e lo scambio di idee tra i partecipanti su alcuni temi di rilevanza comune, sotto la guida di alcune domande formulate dai consulenti.

Il World Cafè è una modalità di lavoro che ci piace particolarmente proprio perché è una buona occasione per riflettere su se stessi e le proprie organizzazioni, riconoscere il valore del proprio sistema sociale e culturale, esplicitare e condividere il proprio profilo identitario e gli elementi valoriali distintivi in modo creativo ma concreto.

Recentemente abbiamo condotto un World Cafè, promosso da un’azienda, in cui i rappresentanti di 18 Enti del Terzo Settore si sono confrontati sul ruolo sociale delle imprese. Gli elementi emersi dallo scambio si sono rivelati interessanti, in particolar modo per quanto riguarda la percezione che il terzo settore ha rispetto alla cosiddetta CSR e alle possibilità modalità con cui relazionarvisi.

Nella lettura del non profit, l’approccio delle imprese sembra polarizzato tra due estremi: da un lato la “modalità facile” e senza una vera impostazione strategica, progetti spot e poco impattanti realizzati più per visibilità e posizionamento (tipicamente operazioni di marketing molto spinte, o anche la moda del volontariato d’impresa) ma accettati (e incentivati) dal non profit come modalità di raccolta fondi; dall’altro un impegno più “strutturato”, coerente e strategico, che diventa un modo di fare il proprio mestiere, se non addirittura una leva di business. In questa seconda modalità, il terzo settore sembra però avere un ruolo più defilato, come se l’impresa faticasse a riconoscerne le competenze specifiche e a vederlo come un interlocutore qualificato per realizzare i propri obiettivi sociali.

Per contro oggi, qualunque sia la modalità di partnership, il non profit sembra guardare al mondo corporate con un’attenzione più matura rispetto al tradizionale approccio del puro fundraising: la sensazione è che – al di là dei soldi, anche se non prescindendo dai soldi – le organizzazioni del terzo settore comincino a loro volta a riconoscere alle imprese un ruolo più significativo, meno residuale e più sostanziale, in termini di contributo alla soluzione delle problematiche sociali.

Non più “attori non convenzionali”, a cui si guarda solo come fonte di finanziamento, ma “attori protagonisti” nel sociale (come produttori di ricchezza, ma anche come luoghi di lavoro, centri di competenza e innovazione, produttori di beni e servizi in grado di rispondere a bisogni, etc).

Si fa lentamente strada, da ambo le parti, la consapevolezza che sui temi sociali, nel lungo periodo, non c’è una vera contraddizione tra bene comune e interesse privato; la relazione tra profit e non profit si sta gradualmente trasformando, si sta costruendo un terreno nuovo di incontro, fatto di dialogo, rispetto reciproco, scambio di competenze.

E menomale: i problemi che la nostra società si trova ad affrontare (e che impattano la vita di tutti) sono grandi e urgenti, ognuno per conto suo, lavorando a comparti stagni, non andiamo da nessuna parte. Meglio parlarne insieme, magari davanti a un caffè.

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