Newsletter Novembre 2018: Editoriale

Lavoro e Buon Lavoro

 

Tra reddito di cittadinanza, quota 100 e decreto dignità, il tema del lavoro è al centro delle pagine dei quotidiani, e senza dubbio dei pensieri di tanti italiani.

Senza voler entrare nel dibattito politico (anche se il tema è ovviamente politico di per sé, nel senso più alto del termine), anche da queste parti, ultimamente, ci stiamo confrontando spesso sul ruolo sociale del lavoro, e su come questo sia uno dei modi (forse il principale, a parte l’educazione dei figli), in cui ognuno di noi realizza la propria responsabilità sociale.

Non solo dal punto di vista della creazione di valore economico, ma anche nel senso di fare qualcosa che è utile per qualcun altro, di dare il proprio contributo per rispondere ai bisogni della comunità. Questo vale per chi di mestiere si occupa di sociale come per chi vende panini; per chi pulisce le strade, come per il carrozziere o l’amministratore delegato.

Non una “fatica retribuita”, quindi, ma innanzitutto un impegno per gli altri, nel quale cercare il proprio ruolo e la soddisfazione di sé.

Chi si occupa di fundraising, ha già sentito dire che la parola “comunità” deriva dal termine latino “munus”, normalmente tradotto come “dono”. Meno frequentemente si cita l’altro significato di “munus”, forse più interessante: impegno, compito, funzione. La comunità si regge, anche etimologicamente, sullo svolgere ognuno il proprio ruolo, nel modo migliore possibile.

Questo è anche uno dei principi con cui cerchiamo di interpretare Goodpoint in quanto comunità di lavoro: un luogo in cui ognuno possa dare il proprio contributo, a beneficio della collettività. Un bell’ambiente di lavoro (o un ambiente di lavoro speciale, come chiamiamo quello che stiamo provando a costruire) non è una somma di singoli che lavorano, ma un’orchestra in cui la musica viene proprio dal suonare insieme ognuno la sua parte, possibilmente con un ritmo condiviso.

Il lavoro e i lavoratori sono poi, naturalmente, anche uno dei temi che diventa oggetto della  nostra attività e dei progetti di cui ci occupiamo: dall’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, al volontariato d’impresa, alla formazione, all’impresa sociale in generale. Un tema difficile e sfidante, che ci appassiona molto.

Ultima buon notizia sul tema, in ordine di tempo: lo scorso 21 novembre il nostro socio Michele Alessi, con la moglie Pupi, ha dato vita alla Fondazione Buon Lavoro, che si propone di contribuire a sostenere, sia sul piano teorico che su quello pratico, “il lavoro come fonte di realizzazione delle persone, nell’ambito di una economia responsabile, inclusiva e sostenibile”.

In bocca al lupo!

Un commento

  1. Innanzitutto rinnovo l’in bocca al lupo a Michele Alessi e Pupi per la loro fondazione.
    Poi voglio riprendere e sottolineare la frase “…Non una “fatica retribuita”, quindi, ma innanzitutto un impegno per gli altri, nel quale cercare il proprio ruolo e la soddisfazione di sé….”
    perchè è una frase che rappresenta bene il senso che anch’io do al lavoro – perchè la retribuzione, importante, ma arriva una volta al mese, la fatica tutti i giorni, quindi o si cerca qualcosa in più dal lavoro o si deve cercare un altro lavoro
    – e perchè, fateci caso, anche quando si conoscono nuove persone fuori dall’ambito professionale (in un viaggio, ad una festa, ecc.) in poco tempo si arriva a parlare della professione (dove lavori? cosa fai?) ed anche questo è un aspetto sociale del lavoro

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